Il peggior nemico della certificazione…
di Daniela Oliva
…è l’abuso della certificazione. Premetto che IRS, nel corso di questi anni, ha acquisito ben tre certificazioni: la Qualità ISO 9001:2015, la UNI-PdR 125:2022 relativa al Sistema di Gestione per la Parità di Genere e, ultima arrivata, la Certificazione SA 8000:2014. Quindi, per sgombrare il campo da equivoci, non siamo no certification, anche se una significativa spinta in questa direzione l’abbiamo sicuramente avuta “dal mercato” principale del nostro Istituto, ovvero dalla Pubblica Amministrazione. Ma su ciò torneremo a breve. Una spinta significativa, dicevamo, perché dal punto di vista strettamente teorico abbiamo sempre privilegiato sistemi di miglioramento delle organizzazioni che si sviluppassero secondo logiche di empowerment volontario e miglioramento continuo, piuttosto che logiche di adesione e conformità a norme prefissate. Detto ciò, dobbiamo riconoscere che i processi di riorganizzazione e riflessione richiesti per l’ottenimento di queste certificazioni hanno prodotto, anche al nostro interno, cambiamenti positivi, hanno modificato le modalità di lavoro e portato un maggiore ordine nelle attività quotidiane. Dunque, un bilancio che senz’altro consideriamo positivo.
Ma il punto sul quale vogliamo richiamare l’attenzione è sull’uso della certificazione che, in questi ultimi tempi, osserviamo ad opera della Pubblica Amministrazione nel campo degli appalti pubblici. Uno degli effetti (dunque delle motivazioni) che sottostanno la scelta di certificarsi, è quella di comunicare al mercato e ai clienti/utenti che l’organizzazione in oggetto è sensibile e attenta ad un determinato tema (qualità gestionale, rispetto delle pari opportunità, assunzione di una responsabilità sociale, ecc.). E tale garanzia è sottoscritta da un ente terzo sulla base di conformità a requisiti e norme formalmente definite. Il sottoporsi volontariamente a tale procedura, senza un ritorno immediato concreto, ma solo attendendo che il “bollino” produca nel tempo i suoi effetti positivi è, a nostro avviso, il vero punto di forza della certificazione. Naturalmente non stiamo affermando che se un’organizzazione non è certificata è una cattiva organizzazione, ma solo che la presenza o meno della certificazione è, generalmente, un fattore selettivo e distintivo. Un “bollino” che ha valore proprio perché ottenerlo è il frutto di una politica strategica aziendale, non un obbligo di mercato.
E qui veniamo al punto: riportiamo l’esempio a nostro avviso molto emblematico delle gare pubblicate in quest’ultimo anno per l’appalto dei servizi di assistenza tecnica e di valutazione nell’ambito della programmazione comunitaria dei Fondi SIE (Fondo Sociale Europeo e Fondo di Sviluppo Regionale). In queste gare, la presenza o meno della certificazione di qualità (ai sensi della ISO 9001:2015 o equivalente) oggi viene considerata solo ai fini del pagamento intero o scontato della fideiussione, ma non è più un requisito selettivo per la partecipazione. Cambiamento determinato dal fatto che, nel giro di poco tempo, tutti coloro che volevano restare in questo ambito di mercato sono stati, di fatto, costretti a certificarsi. Oggi, nei bandi pubblici emessi tra il 2023 e quest’anno per acquisire servizi di assistenza tecnica e/o di valutazione dei programmi regionali e nazionali dei Fondi SIE assistiamo allo stesso meccanismo di cui sopra. Ad esempio, il possesso della certificazione di genere e/o della certificazione della responsabilità sociale appare, nelle griglie di selezione delle offerte, con punteggi premianti che sono in grado di ipotecare la possibilità di vincita o meno della gara. Ulteriore elemento di interesse è che tali richieste non sono necessariamente correlate alle dimensioni finanziarie e/o alla complessità del servizio da erogare. In alcuni casi emblematici, abbiamo assistito alla richiesta di cinque certificazioni per un servizio di valutazione con 75.000 a base d’asta e di 7 certificazioni per un analogo servizio valutativo con 69.5000 a base d’asta. Al di là della considerazione di rischio connessa a un’attività valutativa e del numero di certificazioni richieste, saltano all’occhio anche elementi di sovrapposizione tra le certificazioni stesse: valga per tutti il tema della discriminazione che viene affrontato nella certificazione di genere, in quella sulla responsabilità sociale, nella D&I.
Dunque, questo comportamento fortemente regolativo della Pubblica Amministrazione, oltre, a porre, implicitamente, barriere di mercato (solo imprese grandi e strutturate possono affrontare tanti percorsi così impegnativi sia dal punto di vista finanziario, che gestionale e delle risorse umane impegnate), sta, di fatto, snaturando il significato stesso di queste certificazioni perché è sempre più debole la relazione tra i requisiti richiesti e l’oggetto della gara.
Certamente, anche dal punto di vista teorico, la presenza di una certificazione o meno connessa all’oggetto da appaltare, dovrebbe essere in qualche modo valorizzato, ma senza vincolare l’accesso al mercato. Le soluzioni si possono trovare. E sarebbe bello trovarle per allontanare il sospetto che la Pubblica Amministrazione abbia scelto questa strada in un quadro di progressiva deresponsabilizzazione che stiamo osservando anche in vari altri contesti. Un quadro in cui diventa sempre più difficile confrontarsi con una Pubblica Amministrazione che è in grado di valutare quali sono le effettive condizioni e requisiti in grado di garantire una efficace ed efficiente esecuzione del servizio appaltato. Immaginarsi che una gamma nutrita di certificazioni possa garantire il soggetto pubblico nell’attuazione delle sue politiche, non trova giustificazione teorica e, comunque, è destinata all’insuccesso, creando un mercato sempre più ridotto e sempre più orientato verso organizzazioni grandi e strutturate. Una corsa in cui si perdono nel giro di poco le realtà più piccole, più flessibili e, spesso, più innovative.
Focus on – Newsletter IRS n. 45 – dicembre 2024

