Le solitudini e un welfare impreparato
L’anno prossimo gli italiani che vivono soli raggiungeranno i 10 milioni, saliranno di un milione e mezzo tra vent’anni. Le coppie senza figli, oggi 5,3 milioni, supereranno i sei, mentre gli anziani ultra75enni che vivono soli, oggi in quattro casi su dieci, saranno la maggioranza. Abitare da soli non significa necessariamente sentirsi soli, ma certo non aiuta.
In un mondo che celebra le relazioni e la socialità, parlare di solitudine è diventato scomodo, una sorta di tabù. Ma delle persone sole il welfare dovrà occuparsi sempre di più, non solo perché aumenteranno nei numeri, ma per la rilevanza e la consistenza dei problemi che portano con sé. A partire dal problema dei problemi: quello della casa.
In grave deprivazione abitativa vive il 6% degli italiani, e i problemi non si limitano a loro. L’abitazione ha raggiunto valori stellari in molte città, dove divora ben più di quel 30% di entrate sotto la cui soglia si dovrebbe stare per vivere in agio. Il Fondo nazionale Garanzia Prima Casa, confermato anche per quest’anno, ha aiutato l’acquisto a molte giovani coppie, ma l’annunciato “Piano Casa Italia” rischia di non cogliere il punto. Perché con una popolazione che si riduce e invecchia, il problema degli alloggi è più qualitativo che quantitativo, riguarda la loro adeguatezza, il loro utilizzo e riutilizzo, non solo il loro numero: l’Italia è prima in Europa per numero di case su numero di famiglie. Ne abbiamo parlato nello speciale di Prospettive Sociali e Sanitarie (n. 3-4/2024).
Quello della casa è un tema dalle molte facce. Così l’abitazione può isolare ma, nell’epoca degli affitti brevi e in un mercato trasformato, è diventata anche risorsa per una moltitudine di piccoli proprietari. Una stanza libera può rappresentare una preziosa fonte di reddito, per la popolazione house rich (si fa per dire) e income poor. I patrimoni sovente ereditati compensano lavori precari, bassi salari, orari ridotti, part time involontari, nel regno della sottoccupazione. E così proprietari e locatari, una volta abbastanza ben definiti e differenziati per estrazione sociale, oggi rappresentano posizioni sociali molto meno nette, spesso sovrapposte, talvolta ribaltate.
Ai movimenti solitari di chi offre e di chi cerca un alloggio si accompagna la crescente solitudine di chi si fa carico di una persona fragile. La verticalizzazione delle famiglie riguarda la riduzione del numero dei suoi componenti, il suo assottigliamento, e spinge verso la povertà delle cure, data dalla crescita di persone che non possono contare su un aiuto parentale. La cura di una persona è sempre più un’attività svolta in solitudine.
I “prestatori di cura familiare”, i cosiddetti caregiver (ma gli inglesi parlano di “carer”), attraversano cambiamenti continui, nelle dimensioni e nelle caratteristiche. Un esercito silente che interessa 7 milioni di italiani, secondo l’indagine europea sulla salute (EHIS), il cui silenzio chiede di essere ascoltato. Nella ricerca che abbiamo svolto sul più esteso campione di caregiver lombardi (quasi duemila) impegnati ad assistere anziani non autosufficienti, abbiamo registrato il profilo prevalente: donne, con un’età media matura (60 anni), il cui impegno si protrae, in sei casi su dieci, da più di tre anni, in uno su quattro da più di cinque.
Quanto il carico di cura viene gestito in solitudine o è condiviso tra più familiari? Abbiamo messo a confronto le risposte con ricerche analoghe svolte in periodi diversi. Negli anni i caregiver risultano sempre più soli: l’aiuto prestato anche da altri familiari o conoscenti è calato dall’88% al 65% dei casi. La rete di aiuti si restringe via via, l’impegno di cura, quando c’è, diventa più solitario. E la solitudine è poco intercettata e intercettabile, si nasconde, e quando subentra la non autosufficienza facilmente si ripiega su di sé, a distanza dal mondo dei servizi pubblici. Generazioni più giovani, quando investite da oneri di cura, sembrano mostrare comportamenti meno chiusi dentro schemi familistici, più inclini a nuove geometrie dell’aiuto. Nei prossimi mesi avremo modo di verificare queste tendenze, almeno nel contesto lombardo, attraverso l’Osservatorio OverR, promosso da IRS assieme ad ACLI Lombardia, per capire se siamo in presenza di una nuova inclinazione, che può tradursi in comportamenti nuovi, più consapevoli e meno rassegnati rispetto al passato.
In termini di policy, persiste la debolezza del welfare italiano nei confronti dei caregiver. Sostenerne le funzioni di cura richiede interventi su diversi fronti: dai servizi di assistenza a quelli di sollievo, dalla conciliazione dei tempi agli aiuti tecnologici e per gli adattamenti domestici e così via. Se coordinate, azioni diverse possono creare un contesto caregiver friendly inedito per l’Italia, in cui le famiglie sono messe in grado di decidere se assumersi, quanto e come, responsabilità e impegni.
La maggior parte delle Regioni è intervenuta sul tema (in verità in modo mediamente blando, con stanziamenti limitati, a volte simbolici), mentre il livello nazionale latita. All’inizio dell’anno scorso è stato insediato un tavolo tecnico interministeriale sui caregiver, per arrivare a una proposta di legge, finora senza esito: si intuisce la presenza di divergenze sostanziali. Una questione controversa riguarda la definizione di caregiver, in quanto taluni vorrebbero circoscrivere questa figura ai soli conviventi. L’auspicio, fatto proprio dal “Patto per un Nuovo Welfare sulla non Autosufficienza”, è invece quello di arrivare a un perimetro inclusivo, conviventi e non, con sostegni di variabile intensità. Ben sapendo, poi, che una legge non è il punto di arrivo ma di partenza di un cambiamento da costruire.
