Un Paese in attesa dei LEPS

di Daniela Mesini, Sergio Pasquinelli

 

Cade in queste settimane il 25º della legge 328/2000, il cui obiettivo è stato, tra gli altri, quello di introdurre i livelli essenziali di assistenza, ai tempi Liveas, come diritti individuali a prestazioni. Da allora è cambiato il mondo, compreso il quadro normativo di riferimento.

Ci sono voluti oltre due decenni, ma alle fine per i livelli essenziali (oggi LEPS) nel campo del sociale si è aperta una strada. Sarebbe stato preferibile averli tutti insieme, integrati, mentre arrivano un po’ alla spicciolata e con un cammino ancora lungo da compiere. Ma iniziare a nominarli, a definirli, a porsi il tema di come finanziarli e governarli, come monitorarli, significa molto. Vuol dire passare da prestazioni e servizi sociali forniti in base alle possibilità e alle contingenze del luogo, del momento, delle persone, a servizi e prestazioni garantiti in quanto diritti e dunque esigibili e da assicurare in modo uniforme su tutto il territorio nazionale.

Certo, siamo ancora lontani dall’obiettivo, siamo all’inizio di un percorso. Negli ultimi anni si è assistito ad un intenso fermento normativo e definitorio in tema LEPS, le cui radici risalgono alla già citata Legge 328/2000 ed alla riforma del Titolo V della Costituzione, che hanno posto le basi per la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni e chiarito il ruolo dello Stato e delle Regioni. Dopo tale previsione normativa si è registrata una lunga fase di stallo durata circa 15 anni. Il primo passo concreto si è avuto con il Decreto legislativo 147/2017, di introduzione della prima misura nazionale di contrasto alla povertà (REI), seguito da interventi successivi attraverso Leggi di bilancio e Piani nazionali che hanno ripreso la materia e l’hanno sviluppata. Tappe decisive sono state poi le più recenti riforme della disabilità (L. 227/2021) e della non autosufficienza (L. 33/2023) e l’impulso dato dal PNRR, che ha sostenuto soprattutto i LEPS sociosanitari, seppur con risorse temporanee.

Ma di che cosa stiamo parlando? I LEPS finora identificati, talvolta anche minuziosamente, lo sono prevalentemente sulla carta, se ci riferiamo letteralmente a diritti individuali a prestazioni. A livello nazionale sono stati individuati come prioritari: il pronto intervento sociale, la supervisione del personale dei servizi sociali, i servizi sociali per le dimissioni protette, la prevenzione dell’allontanamento familiare, i servizi per la residenza fittizia, i progetti per il dopo di noi e per la vita indipendente.

Si chiamano “livelli essenziali” ma non lo sono, semplicemente perché mancano di una caratteristica fondamentale: l’esigibilità. Che siano di erogazione o di processo, per ognuno di essi vanno identificati obiettivi di servizio, costi, fabbisogni standard e relativi finanziamenti dedicati, per ridurre dotazioni regionali profondamente diversificate (e fuori dall’illusione di un percorso a saldi di bilancio invariati). L’unico LEPS quantificato e finanziato è attualmente quello che riguarda il servizio sociale professionale, che deve essere garantito con un assistente sociale ogni 5.000 abitanti.

Il tema di come passare dal dichiarato all’effettivo è stato al centro dell’inserto monografico di Prospettive Sociali e Sanitarie (n. 1-2) che abbiamo curato quest’anno, e del webinar di Welforum, i cui interventi sono stati raccolti nel Punto di Welforum, che si pone come un approfondimento ulteriore del lavoro della rivista, offrendo un aggiornamento trasversale e aprendo a riflessioni più puntuali sui punti di forza, debolezza e le condizioni istituzionali, organizzative e professionali facilitanti la piena attuazione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali.

SI tratta di un tema complesso, che tocca aspetti diversi, e che richiede competenze tecniche istituzionali, organizzative, finanziarie. La sensazione è che occorra oggi dedicare le energie verso i processi di attuazione, e prenderci una sosta dall’onda narrativo-definitoria, onda che è arrivata a creare LEPS anche un po’ bizzarri, come quello che riguarda la sostituzione temporanea degli assistenti familiari in occasione di ferie, malattia e maternità. Un’azione non esattamente in cima alla lista delle cose da fare per sostenere il lavoro privato di cura in Italia, un settore sempre più sommerso e lontano dai servizi pubblici.

Ha senso continuare a definire LEPS ulteriori, come fa il recente “Piano Nazionale degli Interventi e dei Servizi Sociali 2024-2026”, senza dare loro le gambe per poterli rendere effettivamente attuabili? Sembra qui riproporsi un male antico del nostro Paese, quello di sottovalutare la concreta realizzazione delle politiche e degli interventi, sopravvalutando la forza delle norme. Per vincere la sfida dell’attuazione occorrono meno sforzi definitori e più sforzi deterministici e poi realizzativi di quanto dichiarato. Su un piano di sistema e su un piano di accompagnamento dei processi.

In primo luogo, sul piano di sistema occorre identificare il contenuto dei servizi, la platea a cui ci si rivolgono, le condizioni di esigibilità, gli obiettivi di servizio, i costi da sostenere e da coprire, le relative fonti. Dobbiamo arrivare a una fonte unificata di risorse, un Fondo unico che riassorba a monte i troppi fondi e fondini oggi esistenti, che obbligano a valle ricomposizioni sempre più faticose e cariche di adempimenti amministrativi.

In secondo luogo, l’attuazione ha bisogno di essere accompagnata. A volte si confonde l’accompagnamento con il monitoraggio e i sistemi informativi. Strumenti che registrano quanto succede, ma che non guidano le decisioni, non le sostengono, non le accompagnano. Per un accompagnamento dei processi serve una alleanza tra Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociale, Regioni e Anci regionali: perché i LEPS vengono realizzati sul territorio, dagli Ambiti territoriali sociali. Vanno avviati processi formativi, comunità di pratiche, attività diverse di orientamento, di vero e proprio coaching dei territori. Azioni di accompagnamento orientate a identificare quali sono le migliori condizioni istituzionali, organizzative e professionali per una piena attuazione dei LEPS.

 

Le solitudini e un welfare impreparato

di Sergio Pasquinelli

L’anno prossimo gli italiani che vivono soli raggiungeranno i 10 milioni, saliranno di un milione e mezzo tra vent’anni. Le coppie senza figli, oggi 5,3 milioni, supereranno i sei, mentre gli anziani ultra75enni che vivono soli, oggi in quattro casi su dieci, saranno la maggioranza. Abitare da soli non significa necessariamente sentirsi soli, ma certo non aiuta.

In un mondo che celebra le relazioni e la socialità, parlare di solitudine è diventato scomodo, una sorta di tabù. Ma delle persone sole il welfare dovrà occuparsi sempre di più, non solo perché aumenteranno nei numeri, ma per la rilevanza e la consistenza dei problemi che portano con sé. A partire dal problema dei problemi: quello della casa.

In grave deprivazione abitativa vive il 6% degli italiani, e i problemi non si limitano a loro. L’abitazione ha raggiunto valori stellari in molte città, dove divora ben più di quel 30% di entrate sotto la cui soglia si dovrebbe stare per vivere in agio. Il Fondo nazionale Garanzia Prima Casa, confermato anche per quest’anno, ha aiutato l’acquisto a molte giovani coppie, ma l’annunciato “Piano Casa Italia” rischia di non cogliere il punto. Perché con una popolazione che si riduce e invecchia, il problema degli alloggi è più qualitativo che quantitativo, riguarda la loro adeguatezza, il loro utilizzo e riutilizzo, non solo il loro numero: l’Italia è prima in Europa per numero di case su numero di famiglie. Ne abbiamo parlato nello speciale di Prospettive Sociali e Sanitarie (n. 3-4/2024).

Quello della casa è un tema dalle molte facce. Così l’abitazione può isolare ma, nell’epoca degli affitti brevi e in un mercato trasformato, è diventata anche risorsa per una moltitudine di piccoli proprietari. Una stanza libera può rappresentare una preziosa fonte di reddito, per la popolazione house rich (si fa per dire) e income poor. I patrimoni sovente ereditati compensano lavori precari, bassi salari, orari ridotti, part time involontari, nel regno della sottoccupazione. E così proprietari e locatari, una volta abbastanza ben definiti e differenziati per estrazione sociale, oggi rappresentano posizioni sociali molto meno nette, spesso sovrapposte, talvolta ribaltate.

Ai movimenti solitari di chi offre e di chi cerca un alloggio si accompagna la crescente solitudine di chi si fa carico di una persona fragile. La verticalizzazione delle famiglie riguarda la riduzione del numero dei suoi componenti, il suo assottigliamento, e spinge verso la povertà delle cure, data dalla crescita di persone che non possono contare su un aiuto parentale. La cura di una persona è sempre più un’attività svolta in solitudine.

I “prestatori di cura familiare”, i cosiddetti caregiver (ma gli inglesi parlano di “carer”), attraversano cambiamenti continui, nelle dimensioni e nelle caratteristiche. Un esercito silente che interessa 7 milioni di italiani, secondo l’indagine europea sulla salute (EHIS), il cui silenzio chiede di essere ascoltato. Nella ricerca che abbiamo svolto sul più esteso campione di caregiver lombardi (quasi duemila) impegnati ad assistere anziani non autosufficienti, abbiamo registrato il profilo prevalente: donne, con un’età media matura (60 anni), il cui impegno si protrae, in sei casi su dieci, da più di tre anni, in uno su quattro da più di cinque.

Quanto il carico di cura viene gestito in solitudine o è condiviso tra più familiari? Abbiamo messo a confronto le risposte con ricerche analoghe svolte in periodi diversi. Negli anni i caregiver risultano sempre più soli: l’aiuto prestato anche da altri familiari o conoscenti è calato dall’88% al 65% dei casi. La rete di aiuti si restringe via via, l’impegno di cura, quando c’è, diventa più solitario. E la solitudine è poco intercettata e intercettabile, si nasconde, e quando subentra la non autosufficienza facilmente si ripiega su di sé, a distanza dal mondo dei servizi pubblici. Generazioni più giovani, quando investite da oneri di cura, sembrano mostrare comportamenti meno chiusi dentro schemi familistici, più inclini a nuove geometrie dell’aiuto. Nei prossimi mesi avremo modo di verificare queste tendenze, almeno nel contesto lombardo, attraverso l’Osservatorio OverR, promosso da IRS assieme ad ACLI Lombardia, per capire se siamo in presenza di una nuova inclinazione, che può tradursi in comportamenti nuovi, più consapevoli e meno rassegnati rispetto al passato.

In termini di policy, persiste la debolezza del welfare italiano nei confronti dei caregiver. Sostenerne le funzioni di cura richiede interventi su diversi fronti: dai servizi di assistenza a quelli di sollievo, dalla conciliazione dei tempi agli aiuti tecnologici e per gli adattamenti domestici e così via. Se coordinate, azioni diverse possono creare un contesto caregiver friendly inedito per l’Italia, in cui le famiglie sono messe in grado di decidere se assumersi, quanto e come, responsabilità e impegni.

La maggior parte delle Regioni è intervenuta sul tema (in verità in modo mediamente blando, con stanziamenti limitati, a volte simbolici), mentre il livello nazionale latita. All’inizio dell’anno scorso è stato insediato un tavolo tecnico interministeriale sui caregiver, per arrivare a una proposta di legge, finora senza esito: si intuisce la presenza di divergenze sostanziali. Una questione controversa riguarda la definizione di caregiver, in quanto taluni vorrebbero circoscrivere questa figura ai soli conviventi. L’auspicio, fatto proprio dal “Patto per un Nuovo Welfare sulla non Autosufficienza”, è invece quello di arrivare a un perimetro inclusivo, conviventi e non, con sostegni di variabile intensità. Ben sapendo, poi, che una legge non è il punto di arrivo ma di partenza di un cambiamento da costruire.

Il peggior nemico della certificazione…

di Daniela Oliva

…è l’abuso della certificazione. Premetto che IRS, nel corso di questi anni, ha acquisito ben tre certificazioni: la Qualità ISO 9001:2015, la UNI-PdR 125:2022 relativa al Sistema di Gestione per la Parità di Genere e, ultima arrivata, la Certificazione SA 8000:2014. Quindi, per sgombrare il campo da equivoci, non siamo no certification, anche se una significativa spinta in questa direzione l’abbiamo sicuramente avuta “dal mercato” principale del nostro Istituto, ovvero dalla Pubblica Amministrazione. Ma su ciò torneremo a breve. Una spinta significativa, dicevamo, perché dal punto di vista strettamente teorico abbiamo sempre privilegiato sistemi di miglioramento delle organizzazioni che si sviluppassero secondo logiche di empowerment volontario e miglioramento continuo, piuttosto che logiche di adesione e conformità a norme prefissate. Detto ciò, dobbiamo riconoscere che i processi di riorganizzazione e riflessione richiesti per l’ottenimento di queste certificazioni hanno prodotto, anche al nostro interno, cambiamenti positivi, hanno modificato le modalità di lavoro e portato un maggiore ordine nelle attività quotidiane. Dunque, un bilancio che senz’altro consideriamo positivo.

Ma il punto sul quale vogliamo richiamare l’attenzione è sull’uso della certificazione che, in questi ultimi tempi, osserviamo ad opera della Pubblica Amministrazione nel campo degli appalti pubblici. Uno degli effetti (dunque delle motivazioni) che sottostanno la scelta di certificarsi, è quella di comunicare al mercato e ai clienti/utenti che l’organizzazione in oggetto è sensibile e attenta ad un determinato tema (qualità gestionale, rispetto delle pari opportunità, assunzione di una responsabilità sociale, ecc.). E tale garanzia è sottoscritta da un ente terzo sulla base di conformità a requisiti e norme formalmente definite. Il sottoporsi volontariamente a tale procedura, senza un ritorno immediato concreto, ma solo attendendo che il “bollino” produca nel tempo i suoi effetti positivi è, a nostro avviso, il vero punto di forza della certificazione. Naturalmente non stiamo affermando che se un’organizzazione non è certificata è una cattiva organizzazione, ma solo che la presenza o meno della certificazione è, generalmente, un fattore selettivo e distintivo. Un “bollino” che ha valore proprio perché ottenerlo è il frutto di una politica strategica aziendale, non un obbligo di mercato.

E qui veniamo al punto: riportiamo l’esempio a nostro avviso molto emblematico delle gare pubblicate in quest’ultimo anno per l’appalto dei servizi di assistenza tecnica e di valutazione nell’ambito della programmazione comunitaria dei Fondi SIE (Fondo Sociale Europeo e Fondo di Sviluppo Regionale). In queste gare, la presenza o meno della certificazione di qualità (ai sensi della ISO 9001:2015 o equivalente) oggi viene considerata solo ai fini del pagamento intero o scontato della fideiussione, ma non è più un requisito selettivo per la partecipazione. Cambiamento determinato dal fatto che, nel giro di poco tempo, tutti coloro che volevano restare in questo ambito di mercato sono stati, di fatto, costretti a certificarsi. Oggi, nei bandi pubblici emessi tra il 2023 e quest’anno per acquisire servizi di assistenza tecnica e/o di valutazione dei programmi regionali e nazionali dei Fondi SIE assistiamo allo stesso meccanismo di cui sopra. Ad esempio, il possesso della certificazione di genere e/o della certificazione della responsabilità sociale appare, nelle griglie di selezione delle offerte, con punteggi premianti che sono in grado di ipotecare la possibilità di vincita o meno della gara. Ulteriore elemento di interesse è che tali richieste non sono necessariamente correlate alle dimensioni finanziarie e/o alla complessità del servizio da erogare. In alcuni casi emblematici, abbiamo assistito alla richiesta di cinque certificazioni per un servizio di valutazione con 75.000 a base d’asta e di 7 certificazioni per un analogo servizio valutativo con 69.5000 a base d’asta. Al di là della considerazione di rischio connessa a un’attività valutativa e del numero di certificazioni richieste, saltano all’occhio anche elementi di sovrapposizione tra le certificazioni stesse: valga per tutti il tema della discriminazione che viene affrontato nella certificazione di genere, in quella sulla responsabilità sociale, nella D&I.

Dunque, questo comportamento fortemente regolativo della Pubblica Amministrazione, oltre, a porre, implicitamente, barriere di mercato (solo imprese grandi e strutturate possono affrontare tanti percorsi così impegnativi sia dal punto di vista finanziario, che gestionale e delle risorse umane impegnate), sta, di fatto, snaturando il significato stesso di queste certificazioni perché è sempre più debole la relazione tra i requisiti richiesti e l’oggetto della gara.

Certamente, anche dal punto di vista teorico, la presenza di una certificazione o meno connessa all’oggetto da appaltare, dovrebbe essere in qualche modo valorizzato, ma senza vincolare l’accesso al mercato. Le soluzioni si possono trovare. E sarebbe bello trovarle per allontanare il sospetto che la Pubblica Amministrazione abbia scelto questa strada in un quadro di progressiva deresponsabilizzazione che stiamo osservando anche in vari altri contesti. Un quadro in cui diventa sempre più difficile confrontarsi con una Pubblica Amministrazione che è in grado di valutare quali sono le effettive condizioni e requisiti in grado di garantire una efficace ed efficiente esecuzione del servizio appaltato. Immaginarsi che una gamma nutrita di certificazioni possa garantire il soggetto pubblico nell’attuazione delle sue politiche, non trova giustificazione teorica e, comunque, è destinata all’insuccesso, creando un mercato sempre più ridotto e sempre più orientato verso organizzazioni grandi e strutturate. Una corsa in cui si perdono nel giro di poco le realtà più piccole, più flessibili e, spesso, più innovative.

 

Focus on – Newsletter IRS n. 45 – dicembre 2024

La questione abitativa al centro dell’agenda delle politiche pubbliche

di Alice Selene Boni e Francesco Di Ciò

Nelle ultime settimane il tema della casa è stato in Italia oggetto di numerosi articoli di giornale. A richiamare l’attenzione dei media e degli esponenti politici è stata la candidatura e la successiva elezione al Parlamento Europeo di Ilaria Salis, militante del movimento per il diritto alla casa che sostiene le occupazioni abitative per necessità. Sul tema casa si sono espressi politici, opinionisti ma non sono mancate inchieste giornalistiche, interventi di studiosi della materia, che hanno voluto porre attenzione su un tema per troppo tempo lasciato ai margini delle politiche. Al di là del merito della notizia e dei fatti che l’hanno generata, ciò che ci è parso interessante rilevare è stato il dibattito che ne è scaturito, che ha riportato a un livello di Pubblico interesse la questione casa.

Quello che ci pare sia emerso pubblicamente e in modo condiviso (pur nella differenza di vedute) è che una questione abitativa in Italia esiste: dal nostro osservatorio di Welforum.it, ormai da diversi anni monitoriamo il fenomeno e di recente abbiamo rilevato come quasi un milione di famiglie (Mesini, Gnan, 2024) siano in una condizione di disagio abitativo, che va dalla grave marginalità al rischio abitativo; come le politiche pubbliche fatichino strutturalmente a far fronte a questa domanda (Boni, Padovani, 2023): solo dal 3 al 5% delle persone in lista di attesa si vede assegnato, annualmente, in media, un alloggio di edilizia popolare; e come molti Comuni ad alta tensione abitativa, soprattutto nella figura degli operatori sociali, siano da anni lasciati soli nell’affrontare quella che da troppo tempo viene impropriamente definita come un’emergenza abitativa. Abbiamo anche visto che i tentativi di comprensione dei problemi, a parte alcune eccezioni, sono stati caratterizzati da letture estremamente superficiali e parziali dei fenomeni, da una frammentazione degli sguardi, dal non riconoscimento di attori e di competenze fondamentali per trattare il tema,  trascurando i significati dell’abitare nelle diverse storie vita delle persone e per la società nel suo complesso.

Occorre dunque riportare al centro dell’agenda delle politiche pubbliche la questione casa cercando però di superare la parzialità e la frammentazione dei punti di vista, tipica dei paradigmi tradizionali delle politiche abitative,[1] costruendo occasioni che stimolino un processo di integrazione e mutuo-riconoscimento degli sguardi.

Vista la complessità del tema, la visione non può infatti che essere olistica e coinvolgere prospettive diverse: disciplinari (dell’economista, dell’urbanista, dell’architetto, del sociologo, del giurista…), professionali (dell’assistente sociale, del pedagogista, del ricercatore, dell’agente immobiliare, dell’ufficiale giudiziario, dell’amministratore di condominio, dell’operatore del terzo settore), di governo (del funzionario del governo centrale, di quello regionale e di quello locale), ma soprattutto non può più permettersi di non fare i conti con il cittadino, con i suoi bisogni, le sue competenze, le sue abilità, le sue aspettative il suo sguardo e le comunità relazionali a cui appartiene. Tutto ciò con l’obiettivo di costruire quadri condivisi comuni che ci consentano di operare qualche cambiamento di senso nell’ambito del settore delle politiche pubbliche per la casa (o sarebbe meglio dire per l’abitare).

Anche da parte della nostra comunità scientifica che studia l’argomento casa da diversi anni e che prova ad accompagnare soggetti pubblici e privati nell’attività di comprensione dei problemi abitativi e nell’elaborazione delle risposte più appropriate, rileviamo tanto la debolezza degli strumenti di lettura, quanto la scarsità di spazi di confronto per approfondire e comprendere i fenomeni attraverso un approccio olistico, multidisciplinare e collettivo. I percorsi realizzati,[2] anche in sinergia  con altri soggetti, hanno rappresentato e rappresentano per noi occasioni estremamente preziose e significative di scambio tra pratiche e di apprendimento, anche finalizzate a fornire indicazioni di policy sul tema, che con sempre maggiore urgenza riteniamo debba essere trattato all’interno dell’agenda politica. Noi, dal canto nostro, proseguiremo con convinzione su questa strada anche nei prossimi anni.

 

  1. Anche nel percorso avviato a gennaio dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, per “l’esame e la valutazione delle politiche abitative (Piano Casa)”, attraverso la consultazione delle associazioni ritenute più rappresentative (dei costruttori, bancarie, delle cooperative, dei proprietari di case, degli agenti immobiliari), risulta assente tutta la componente sociale che in questi anni si è trovata a gestire le emergenze abitative, a interrogarsi sull’efficacia delle misure e a inventarsi nuove soluzioni (dai servizi sociali, alle organizzazioni degli abitanti e del terzo settore, al volontariato, alle comunità localmente organizzate, ai sindacati degli inquilini, agli abitanti stessi). ⤴
  2. Tra il 2023 e il 2024 l’Istituto per la Ricerca Sociale e KCity hanno promosso una Comunità di pratiche sul welfare abitativo alla quale hanno collaborato Comuni, Enti del Terzo settore, professionisti e le Aziende per l’edilizia residenziale pubblica. L’iniziativa verrà riproposta anche per il prossimo anno. Inoltre, nell’ambito della Comunità di Pratica sull’inclusione sociale in Toscana, nata nel 2020 dalla collaborazione tra Regione Toscana, Federsanità-Anci Toscana e l’Istituto per la Ricerca Sociale di Milano, è stato deciso di dedicare l’annualità 2024 proprio al tema dell’abitare. ⤴

Focus on – Newsletter IRS n. 44 – luglio 2024

Quali attenzioni per lo sviluppo di un modello di Pronto Intervento Sociale?

di Francesco Di Ciò

Assistiamo in questi ultimi anni a un crescente interesse per il servizio di Pronto Intervento Sociale. Come evidenziato in un nostro recente numero di Prospettive Sociali e Sanitarie, infatti, le disposizioni introdotte dalle linee guida emesse per il Piano per gli interventi e i servizi sociali di contrasto alla povertà (2021–2023) e le risorse finanziarie specifiche destinate con il PNRR (circa 22,5 milioni annui), hanno generato numerosi percorsi di progettazione e co-progettazione volti al potenziamento o alla nascita di questo “nuovo” LEPS.

Questo rinato interesse da parte dei territori ha evidenziato alcune questioni da mettere a fuoco, sia per vedere compiuta la definizione di un modello di Pronto intervento Sociale nazionale, sia per individuare requisiti standard a cui tendere nel breve e nel lungo periodo. In questo quadro, IRS ha intrapreso alcuni percorsi di ricerca e di co-progettazione che hanno permesso di esplorare lo stato attuale dello sviluppo del PIS nel contesto nazionale, approfondendo in particolare alcune realtà locali; questi percorsi ci permettono di affermare che affrontare la progettazione o la co-progettazione del PIS si configura oggi come un’operazione di notevole complessità, che pone i territori e i servizi di fronte ad alcune questioni rilevanti non sempre risolte e non sempre in modo omogeneo.

Una prima questione riguarda ad esempio la definizione di emergenza sociale: spesso gli enti che si trovano a dare forma per la prima volta al servizio di Pronto Intervento Sociale si trovano nella difficoltà di declinare nella pratica il concetto di emergenza sociale, a partire da quanto riportato nella scheda tecnica 3.7.1. del Piano, dove però il significato di emergenza e di urgenza viene pensato in modo intercambiabile, o talvolta sequenziale, e soprattutto in modo diverso a seconda del target a cui è riferito. A titolo esemplificativo, chi si occupa di minori stranieri non accompagnati riconduce la definizione di emergenza o di urgenza alle caratteristiche del suo target, caratteristiche diverse da quelle che può riscontrare chi invece si occupa, ad esempio, di anziani cronici.

Una seconda questione riguarda invece l’organizzazione del servizio, che impone agli enti una riflessione anche sull’organizzazione “interna” dello stesso servizio sociale territoriale: i servizi possono decidere se implementare un PIS 24 ore su 24 per 365 giorni l’anno, oppure se optare per un servizio notturno e festivo che risponda solo al di fuori degli orari dei servizi già esistenti. Questa decisione implica diversi investimenti e scelte organizzative significative, e richiede un ripensamento del sistema nel suo complesso, ponendo in primo piano la necessità di garantire un’assistenza continua e tempestiva per coloro che ne necessitano.

Una terza questione, trattata in modo diverso a seconda dei contesti territoriali da noi osservati, riguarda il target del PIS: sebbene le linee guida identifichino come target tutti coloro che (minori, vittime di violenza, vittime di tratta, persone non autosufficienti, adulti in difficoltà, ecc.) versano in situazioni di gravità, riconducendo lo stesso a una comunanza data dal trovarsi in situazioni di emergenza con grado di bisogno indifferibile, nella realtà dei processi programmatori ai quali abbiamo partecipato, la definizione dei target a cui il servizio deve rivolgersi è connessa inevitabilmente, nei diversi territori, alle caratteristiche dei bisogni territoriali e agli investimenti precedentemente fatti su risorse dedicate all’emergenza. Questa questione appare comprensibile, dal momento che alcuni territori si sono negli anni già attrezzati per dare risposte in emergenza a determinati target di utenza, ma al contempo rischia di mettere in crisi l’idea di un Pronto Intervento Sociale quale LEPS omogeneo su tutto il territorio nazionale.

Citando Andrea Mirri, dal sopraccitato fascicolo di PSS, un’ultima questione più “culturale” che attraversa spesso il dibattito nella progettazione di un Pronto Intervento Sociale, riguarda quell’atteggiamento “difensivo” e in parte contraddittorio del servizio sociale che, da un lato, sembra preoccupato di vedersi scaricare emergenze “di altri servizi” (dunque limitando il numero e le tipologie di servizi invianti) e dall’altra si dimostra invece spesso preoccupato di affidare a un servizio specialistico le “proprie” delicate emergenze.

Le questioni sopra citate, dunque, per evidenziare in questo contesto alcuni rischi e di conseguenza alcune attenzioni che i territori possono considerare nello sviluppo e nell’implementazione di questo nuovo servizio: oggi occorre innanzitutto essere consapevoli del rischio di sviluppare, sotto il “cappello” PIS, progetti che non rispettano appieno le indicazioni del legislatore: il PIS deve rimanere, nel rispetto delle indicazioni ministeriali, un servizio specifico, dedicato, complesso e per questo sostenuto da una struttura organizzativa efficace e da professionalità adeguatamente formate e sicuramente, se consideriamo le oggettive differenze tra un territorio e l’altro, non può che essere implementato in forma “sartoriale” per soddisfare i bisogni specifici del territorio al quale si rivolge. Tuttavia, nella prospettiva di giungere nel corso dei prossimi anni a una più precisa modellizzazione di questo servizio, non possiamo che procedere a piccoli passi, creare occasioni di confronto tra le diverse esperienze e utilizzare le pratiche del monitoraggio e della valutazione per dare valore a quanto si sta facendo, con una forte attenzione alle dimensioni di efficacia e di efficienza del servizio.

Focus on – Newsletter IRS n. 43 – aprile 2024

Dalla definizione di museo alla valutazione degli interventi per la valorizzazione dei beni culturali

di Andrea Bagnulo

Il 24 agosto 2022, nell’ambito dell’Assemblea Generale Straordinaria dell’International Council of Museum (ICOM) a Praga, è stata approvata la nuova definizione di museo, frutto di un processo partecipativo che ha coinvolto 126 Comitati nel mondo[1]:

“Il museo è un’istituzione permanente senza scopo di lucro e al servizio della società, che compie ricerche, colleziona, conserva, interpreta ed espone il patrimonio culturale, materiale e immateriale.

Aperti al pubblico, accessibili e inclusivi, i musei promuovono la diversità e la sostenibilità.

Operano e comunicano in modo etico e professionale e con la partecipazione delle comunità, offrendo esperienze diversificate per l’educazione, il piacere, la riflessione e la condivisione di conoscenze.”

La definizione (al di là del fatto che sia più o meno comprensiva delle funzioni di un museo e innovativa, caratteristiche che, come ogni definizione, sono state oggetto del dibattito degli esperti di settore, anche tenuto conto delle trasformazioni e delle sfide indotte dalla pandemia) contiene molte parole chiave, che ritroviamo quotidianamente anche al centro della cronaca e del dibattito.

Innanzitutto, il richiamo all’attività di ricerca; funzione riconosciuta come primaria per un museo, è un’attività che viene a conoscenza del grande pubblico, soprattutto grazie alla comunicazione sulle nuove scoperte, basti pensare alla risonanza che ha avuto ultimamente la diffusione della notizia del ritrovamento dei bronzi a San Casciano dei Bagni. Inoltre, l’importanza attribuita alle finalità di conservazione, interpretazione ed esposizione, a cui si riconduce, ad esempio, l’attenzione alle nuove modalità di comunicare il patrimonio esposto, ma anche alla valorizzazione del patrimonio conservato, dei depositi, per cui diversi istituti adottano criteri di rotazione e organizzano visite e mostre temporanee.

Apertura, accessibilità, inclusione e sostenibilità sono parole chiave che rimandano alla più conosciuta, per il grande pubblico, ed ampia area della fruizione, valorizzazione e promozione del patrimonio culturale. Il museo si apre all’esterno, una dinamica che, comunque, pone al centro dell’attenzione molti aspetti, dai cambiamenti nelle modalità di visita, all’utilizzo delle nuove tecnologie e al più ampio tema dell’inclusione, dalle scelte in merito ai prestiti, agli allestimenti temporanei, al diritto allo sfruttamento dell’immagine. Ci sono, inoltre, questioni che attengono strettamente alle forme gestionali, che hanno ricadute sulle opportunità e modalità di fruizione: da anni si discute del valore delle scelte di esternalizzazione dei servizi, anche con la sperimentazione di forme di partenariato pubblico privato, che interessano anche le possibilità di apertura del patrimonio diffuso, che non rientra nei circuiti di maggiore attrattività.

La funzione educativa e le strategie dirette a favorire la condivisione delle esperienze investono non soltanto il rapporto con i visitatori, i turisti e le scuole, ma più in generale la comunità, anche per promuovere il senso di appartenenza del luogo a tutta la popolazione, accentuando ancora di più la finalità dell’inclusione.

In ultimo, considerando le diverse funzioni, sono rilevanti le interazioni che un museo può avere con il sistema delle imprese culturali e creative: si tratta di un settore composito, rilevante dal punto di vista economico e sociale, in alcuni ambiti caratterizzato da un alto contenuto innovativo, dinamico per le contaminazioni tra i diversi sotto settori e per le opportunità che le partnership possono offrire al museo.

Tutti questi riferimenti sono utili per orientare la valutazione degli interventi pubblici nel settore dei beni culturali. Si tratta di un’attività nella quale IRS è impegnata da anni, nell’ambito degli incarichi di valutazione dei Programmi di Sviluppo Regionale cofinanziati dai Fondi Strutturali e che riguarda non solo l’efficienza ed efficacia in sede di realizzazione del progetto, ma anche e soprattutto i cambiamenti che l’intervento finanziato con le risorse pubbliche produce, all’interno dell’istituzione culturale e nell’ambito del territorio di riferimento.

Occupandosi di sviluppo territoriale, IRS, ad esempio, ha recentemente valutato i risultati del Grande Progetto Pompei; le ricadute di diversi interventi di restauro e valorizzazione dei Grandi Attrattori e dei beni diffusi sul territorio; gli effetti della valorizzazione del patrimonio culturale anche in chiave di rigenerazione urbana.

E, trattando di sviluppo territoriale, tra le parole chiave, particolare rilevanza abbiamo attribuito alla accessibilità, alla sostenibilità, all’inclusione, al coinvolgimento delle comunità. In realtà, sono tutti temi strettamente interrelati tra di loro, perché accessibilità ed inclusione vanno di pari passo, così come il concetto di sostenibilità va, ormai, interpretato in chiave di medio e lungo termine, tenendo presenti gli obiettivi non solo finanziari, ma anche e soprattutto ambientali, sociali, generazionali.

Anche i musei, con la loro mission, contribuiscono al raggiungimento dei Global Goals per lo sviluppo sostenibile, e la valutazione ne deve tenere conto.

[1] https://www.icom-italia.org/definizione-di-museo/

Focus on – Newsletter IRS n.42 – dicembre 2023

Ai colleghi e agli amici dell’IRS, di tante diverse generazioni…

di Emanuele Ranci Ortigosa

Cinquanta anni fa, nel settembre 1973, abbiamo costituito l’Istituto per la Ricerca Sociale, società cooperativa non profit. Per un’esperienza come la nostra, condotta in un campo di attività non facile e non ricco, senza padrini e senza padroni, con indipendenza e riconosciuta qualità del nostro lavoro e dei nostri prodotti, cinquanta anni non sono pochi.

I soci iniziali erano nove [1]; nei tanti anni da allora trascorsi sono stati per periodi più o meno lunghi soci dell’IRS 156 collaboratori e abbiamo avuto 10 presidenti [2], con relativi consigli di amministrazione. Ora i soci sono 48. Abbiamo scelto di mantenere sempre un’effettiva corrispondenza fra l’appartenenza sociale e l’impegno professionale nell’Istituto, avvicendando quindi le collaborazioni che venivano a cessare con le nuove collaborazioni. Con la sola eccezione di alcune presenze particolarmente significative, una fra tutte quella di Valerio Onida, con cui è continuato nel tempo un rapporto di riflessione e scambio fin quando lo scorso anno ci ha lasciati.

Di quelli che nel 1973 hanno fondato il nostro Istituto sono, a 85 anni, l’unico ancora presente come socio. Ho quindi con l’IRS un legame forte: la permanenza vitale del nostro Istituto nel tempo ha avuto e ha una particolare importanza per la mia vita e per il buon esito di quanto ho fatto, su cui molto ho investito. 50 anni sono ben più del tempo di attività non solo della media, ma della quasi totalità di iniziative similari. Una caratteristica forte dell’IRS, attraverso tutta la sua non breve storia, è stata la sua autonomia. Abbiamo collaborato con tante istituzioni pubbliche, enti di governo, organismi di gestione, e anche con enti privati, non profit e anche talora profit. La loro numerosità e varietà ha assicurato un’importante base materiale alla nostra indipendenza, che abbiamo sempre affermato e gestito come condizione e fattore di libertà e di creatività nel nostro lavoro. Abbiamo certo sperimentato e sviluppato relazioni di positiva e amichevole interazione con nostri interlocutori e committenti, ma sempre in termini di partnership, nella chiarezza dei ruoli, rifiutando servilismo, clientelismo, strumentalizzazioni.

La tenuta e lo sviluppo nel tempo dell’Istituto ha beneficiato della pluralità dei nostri campi di lavoro e dei relativi mercati, e della multidisciplinarietà delle nostre competenze e professionalità e del nostro approccio ai diversi temi. Questi elementi ci hanno consentito e ancora di più dovranno consentirci di fronteggiare fasi di difficoltà dell’uno e dell’altro campo di lavoro, e di combinare con flessibilità le risorse per mettere a punto offerte e prodotti via via adeguati all’evoluzione dei problemi e delle domande sociali e istituzionali che essi generano.

Attenzione particolare teniamo a porre all’evoluzione dei mercati in cui operiamo e delle committenze, fra le quali trovano crescente spazio quelle delle istituzioni europee. Anche le modalità di acquisizione passano sempre più attraverso bandi e gare. Ma anche in questi casi cerchiamo comunque di salvaguardare margini di proposta e di creatività, sia in un più diretto confronto con il committente, sia con i diversi interlocutori in corso d’opera. Questi spazi ce li assicuriamo anche promuovendo direttamente percorsi di ricerca, sia attraverso modalità interattive di coprogettazione, supporto al disegno, alla programmazione, all’analisi e all’implementazione di politiche ed interventi, contribuendo con la nostra riflessione e i nostri lavori anche a riforme nazionali.

La nostra continuità nel tempo e il nostro sviluppo per me sono dovuti al legame fra quanto ho appena detto e la nostra attenzione e fedeltà, espressa e praticata, ad alcune idee forza, valoriali: rispetto e valorizzazione delle persone, trasparenza e solidarietà nei rapporti fra noi, autonomia da poteri e interferenze esterne, promozione di una società più giusta, meno disuguale per status sociale, genere, benessere nell’oggi e nel domani.

Dei cinquantanni dell’IRS condotti con i caratteri essenziali che ho richiamato ci permettiamo di essere abbastanza fieri. Riteniamo di averli spesi per dare un effettivo e originale contributo agli interlocutori e ai contesti con cui abbiamo lavorato e, almeno su certi temi, alla più vasta cerchia di chi ha letto i molti nostri volumi e saggi, segue da anni riviste da noi edite, come Prospettive sociali e sanitarie e Lombardia Sociale, frequenta il sito Welforum.it, ha partecipato a seminari, convegni, alle attività formative sviluppate negli ultimi anni all’interno del progetto “Scuola IRS per il Sociale”. Da presidente emerito, come anni fa gentilmente sono stato qualificato, voglio concludere con un ringraziamento a tutti coloro che all’esistenza e allo sviluppo dell’IRS hanno dato, e che danno ora, un contributo, con il lavoro professionale di ricerca e di scrittura, di sostegno e orientamento alle organizzazioni, di formazione, di direzione, amministrazione e segreteria. Voglio qui ricordare anche chi con noi per anni ha lavorato, ma ci ha prematuramente lasciati, come Bruno Dente e Paolo Fareri, che hanno insegnato molto a tutti noi.

Voglio concludere con un ringraziamento anche a tutti coloro che all’esistenza e allo sviluppo dell’IRS hanno dato un contributo, affidandoci ricerche, chiedendoci consulenze, formazione, assistenza tecnica, fidandosi della nostra competenza e serietà; o infine dialogando e confrontandosi anche criticamente con noi su oggetti di comune interesse, in spirito di ricerca.

Da ultimo una considerazione e un augurio personale. Nell’IRS ho investito molte mie risorse ed energie, intellettuali, relazionali, imprenditive, con le corrispondenti preoccupazioni, e ho avuto di ritorno il grande privilegio di lavorare su temi che mi coinvolgono e mi appassionano, e con interlocutori con cui è stato per lo più piacevole e gratificante collaborare. L’augurio che faccio ai colleghi di me più giovani è di arrivare, avanti nell’età, a condividere questa soddisfazione. Non sarà regalata, va da loro costruita, giorno dopo giorno, anno dopo anno, per i prossimi 50!. In un contesto oggi più difficile, ma ne vale la pena. Davvero, per me ne vale la pena.

  1. Emanuele Ranci Ortigosa, Lynne Wilson, Luisa Ruberl, Carlo Lucioni, Giancarlo Lizzeri, Valerio Onida, Pippo Ranci Ortigosa, Franco Rivolta, Antonio Brenna.
  2. Pippo Ranci Ortigosa, Fabrizio Onida, Roberto Artoni, Giangiacomo Nardozzi, Bruno Dente, Pia Saraceno, Emanuele Ranci Ortigosa, Manuela Samek Lodovici, Daniela Oliva, Ugo De Ambrogio.

Originariamente pubblicato nella sezione Focus On della Newsletter IRS n.41 – luglio 2023

Certificazione di genere: sì o no?

di Daniela Oliva

Eccoci qui, come direbbe qualcuno, “a riparlare di donne”.

Nessuna forzatura per noi, che di pari opportunità di genere ci occupiamo da decenni. E già, il fatto che dopo decenni siamo ancora qui a occuparcene (e certamente non solo noi…) potrebbe sembrare non troppo confortante. Ma, come già abbiamo avuto modo di scrivere[1] a proposito della recente emergenza sanitaria, le politiche di pari opportunità di genere sono ancora molto deboli. Non era necessaria la pandemia per capirlo, ma diciamo che è stata un’occasione chiara per dimostrarlo. Non si vuole certo sostenere che non ci siano stati progressi rispetto a qualche decennio fa, ma la strada è ancora lunga e, soprattutto, sconcerta il meccanismo “del gambero”: un passo avanti e vari indietro. Appena si pone un qualche problema di scelta, il genere sacrificato è quello femminile. A prescindere, senza interrogativi e, spesso, con l’accettazione rassegnata anche della componente femminile. Come interrompere questo meccanismo?
Le idee finora messe sul tavolo non escono dalla logica binaria della regolazione (obblighiamo a…) vs il cambiamento culturale (dobbiamo formare le nuove generazioni…). Nel corso dei decenni si sono confrontate le politiche “del panda” (“quote” femminili nei CdA di alcune organizzazioni, nelle liste elettorali, ecc.) con le politiche dell’”etica” e della cultura. Ognuna con i suoi successi (basti pensare alla Legge Golfo-Mosca) e i suoi fallimenti. Difficile sostenere l’esclusiva efficacia di una strategia rispetto all’altra. Forse è bene immaginare una loro coesistenza, spingendo in una direzione piuttosto che in un’altra per riequilibrare le posizioni: nei momenti di maggiore “debolezza” ricorrere ad una più forte attività regolatoria e viceversa.
La Certificazione di genere messa a punto con la UNI PdR 125:2022 (marzo 2022) si pone perfettamente in questa logica binaria, pur con qualche novità di rilievo. Questa Prassi di riferimento definisce delle Linee guida sul sistema di gestione per la parità di genere nelle organizzazioni attraverso l’adozione di specifici KPI (Key Performance Indicators-Indicatori chiave di prestazione) in sei ambiti chiave: Cultura e strategia; Governance; Processi HR; Opportunità di crescita ed inclusione delle donne in azienda; Equità remunerativa per genere; Tutela della genitorialità e conciliazione vita-lavoro.
Senza entrare nel merito dei dettagli, la novità interessante di questa prassi di riferimento (procedura disponibile per un periodo non superiore a 5 anni, tempo massimo dalla sua pubblicazione, entro il quale può essere trasformata in un documento normativo UNI, UNI/TS, UNI/TR oppure deve essere ritirata) è che si colloca a mezza via rispetto alla logica binaria di cui sopra. Nelle intenzioni iniziali (PNRR, Missione 5), infatti, si configura come un sistema premiante, ma obbligatoriamente contenuto all’interno del codice degli appalti. Insomma, non sei obbligato a certificarti, ma siccome il codice degli appalti prevede obbligatoriamente la certificazione come sistema premiante, chi non è certificato risulta esplicitamente svantaggiato.
Come è andata a finire è storia nota. Il sistema premiante è rimasto per chi lo vuole adottare, ma è sparita dal nuovo codice degli appalti l’obbligatorietà di prevedere la certificazione di genere. In coerenza con un forte orientamento europeo a sostenere questa strada, sono di recente usciti alcuni bandi di gara per l’allocazione dei Fondi di Coesione che attribuiscono punteggi aggiuntivi nella selezione delle offerte, ma non sarà facile trovare esempi simili in altri ambiti settoriali.
Dunque? Cosa è rimasto di questa operazione introdotta con il PNRR? Innanzitutto è rimasto, almeno per questo quinquennio, un sistema di certificazione dedicato alle pari opportunità di genere. Viviamo in un Paese in cui, comunque, i sistemi di regolazione sembrano avere maggiore successo di quelli culturali (quantomeno, sono più veloci), quindi, buona notizia. Detto ciò, al momento sono state certificate, in Italia, solo 264 aziende, a fronte di 27 organismi di certificazione autorizzati.
Certamente, in analogia al sistema di certificazione di qualità di cui ricalca sostanzialmente processi e procedure sia pur finalizzate al tema del genere, si tratta di un dispositivo complesso, più adatto ad organizzazioni di medio-grandi dimensioni, anche se sono previsti percorsi più semplificati in funzione della classe dimensionale. Ma non c’è dubbio che il dispositivo, lasciato alla volontà delle singole organizzazioni, non stia avendo grande successo.
Dunque? Continuiamo a studiare e lavorare. In questo momento, come si vedrà più avanti nella sezione progetti presentati in questa edizione della Newsletter, IRS sta realizzando per conto della Commissione Europea (DG REFORM) un’attività a sostegno del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri proprio in relazione allo sviluppo di un sistema nazionale di certificazione della parità di genere per le imprese private, per una distribuzione più inclusiva e paritaria dei benefici dei piani e delle strategie nazionali tra uomini e donne nella società. E, per inciso, a febbraio 2023 IRS ha ottenuto la certificazione di genere ai sensi della UNI PdR 125:2022. Volevamo testare in prima persona cosa significava aprirsi a questo meccanismo, anche perché pensavamo che per noi fosse un po’ più semplice visto che conosciamo il tema e abbiamo già da anni la certificazione di qualità. Il risultato è che abbiamo dovuto meglio strutturare una serie di prassi e, comunque, qualche area di miglioramento l’abbiamo anche noi. Forse non ce ne saremmo accorti.
Quindi, certificazione di genere, sì. Può servire.

[1] Tornare alla normalità o cambiare? Focus On della NewsLetter IRS 33/2020.

Focus on – Newsletter IRS n.40 – maggio 2023

La Direttiva europea sui salari minimi e l’importanza dell’enforcement

di Serena Drufuca

Il testo della Direttiva sui salari minimi, dopo una difficile e complessa gestazione[1], è stato finalmente approvato dal Parlamento Europeo il 14 settembre 2022 (con 505 voti favorevoli, 92 contrari e 44 astenuti) e dal Consiglio il 4 ottobre 2022. I Paesi membri avranno due anni dall’entrata in vigore della Direttiva per conformarsi.
La Direttiva intende stabilire dei requisiti di base per assicurare minimi salariali al di sopra della soglia di sussistenza tenendo conto del costo della vita e del potere d’acquisto del paese di riferimento. Non viene fissata una soglia comune valida in tutta l’UE e non si richiede agli Stati membri di introdurre salari minimi per legge, ma si vuole armonizzare di fatto la situazione tra i Paesi attraverso un quadro procedurale comune [2].
Attualmente, il salario minimo esiste in tutti gli Stati membri dell’UE: in 21 Paesi esistono salari minimi legali (stabiliti per legge), mentre in 6 (Danimarca, Italia, Cipro, Austria, Finlandia e Svezia) sono definiti esclusivamente dai contratti collettivi, a livello settoriale/occupazionale.
La proposta di Direttiva della Commissione Europea è stata contrastata, soprattutto da parte dei Paesi scandinavi, che temono un abbassamento dei salari per effetto della Direttiva: si teme che un salario minimo legale potrebbe portare i datori di lavoro a contestare gli accordi collettivi[3]. Per questo Svezia e Danimarca hanno votato contro l’accordo interistituzionale del 7 giugno 2022[4].
La nuova Direttiva si applicherà a tutti i lavoratori dell’UE che hanno un contratto di lavoro o un rapporto di lavoro (definiti dal diritto, dai contratti collettivi o dalle prassi in vigore in ognuno degli Stati membri). Inoltre non va effettivamente a toccare i modelli nazionali che ancora funzionano efficacemente, specie quello ‘nordico’ di non-interferenza dello stato in materia di contrattazione e definizione dei salari[5]: i paesi dell’UE in cui il salario minimo è tutelato esclusivamente tramite contratti collettivi non saranno obbligati a introdurre queste regole né a rendere questi accordi universalmente applicabili.

Monitoraggio e applicazione della tutela garantita dal salario minimo nella Direttiva
L’effettiva applicazione del salario minimo richiede la presenza di un buon sistema di controllo e prevenzione degli abusi. La Direttiva ne tiene conto e, oltre alle procedure per promuovere salari minimi adeguati, per legge o attraverso il rafforzamento della contrattazione collettiva e il coinvolgimento delle parti sociali, dispone anche in merito al monitoraggio e applicazione della tutela garantita dal salario minimo. Il testo introduce, infatti, l’obbligo per i Paesi di istituire un sistema di attuazione (enforcement system), che comprenda un sistema di monitoraggio affidabile, controlli e ispezioni sul campo, per garantire l’applicazione del salario minimo (minimum wage compliance) e affrontare i rischi di non applicazione legati ad esempio al subappalto abusivo, al lavoro autonomo fittizio, agli straordinari non registrati, ecc.[6].
Entrando nel merito, la Direttiva predispone:  Accesso effettivo alla tutela garantita dal salario minimo. Il testo prevede che gli Stati membri adottino misure volte a migliorare l’accesso effettivo dei lavoratori alla tutela garantita dal salario minimo legale. Tali misure includono controlli da parte degli ispettorati del lavoro; diffusione di informazioni facilmente accessibili sulla tutela garantita dal salario minimo; sviluppo delle capacità delle autorità responsabili dell’applicazione della legge di prendere provvedimenti nei confronti dei datori di lavoro non conformi. Raccolta e comunicazione dei dati. Gli Stati membri dovranno monitorare la copertura e l’adeguatezza dei salari minimi. Saranno inoltre invitati a riferire ogni due anni alla Commissione in merito al tasso di copertura della contrattazione collettiva, il livello dei salari minimi legali e la percentuale dei lavoratori coperta dai salari minimi legali.

Caratteristiche principali dei sistemi di enforcement
Un aspetto importante nel dibattito sul rispetto del salario minimo riguarda dunque il ruolo e l’efficacia dei sistemi di enforcement. Gli approcci adottati nei paesi dell’UE vanno dalle strategie di deterrenza, basate sull’individuazione dei casi di non conformità e sull’adozione di misure di deterrenza attraverso un uso diffuso di attività di monitoraggio, ispezioni e sanzioni, all’adozione, soprattutto negli ultimi anni, di misure di tipo persuasivo e misure preventive. Tra le misure preventive vi sono le campagne di informazione e sensibilizzazione tra lavoratori, datori di lavoro e cittadini sui salari minimi e l’importanza della loro applicazione; gli incentivi a datori di lavoro e lavoratori, e il coinvolgimento di organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori non solo nella fase di definizione dei salari minimi, ma anche nella diffusione delle informazioni e nel monitoraggio della loro applicazione. Tutte queste misure richiedono capacità e risorse adeguate nelle istituzioni di controllo, meccanismi di coordinamento efficaci, il coinvolgimento delle parti sociali e di altri soggetti e definizioni chiare dei salari minimi.
Su questo tema, in uno studio ancora in corso per Eurofound (“Approaches to estimating the magnitude of non-compliance with minimum wages, mapping the enforcement institutions and policy analysis”), IRS, in partnership con l’Università Cattolica di Milano, ha esaminato l’insieme di strumenti, istituzioni e regolamenti che gli Stati membri utilizzano attualmente per monitorare, far rispettare e promuovere il rispetto dei salari minimi nei paesi europei (Cfr Newsletter 35 – Luglio 2021).

[1] La proposta della Commissione è del 2020. Tuttavia il dibattito è nato molto prima, in particolare con l’entrata nell’Ue dei paesi dell’Est Europa, legandosi al tema della concorrenza salariale al ribasso. Per una ricostruzione del dibattito del tempo vedi T. SCHULTEN, Towards a European Minimum Wage Policy? Fair Wages and Social Europe, in European Journal of Industrial Relations, 2008, 14(4), p. 421
[2] Celestina Valeria De Tommaso,Salario minimo: cosa prevede la Direttiva europea?,
Secondo Welfare, 22 Luglio 2022

[3] Emanuele Menegatti, La difficile strada verso uno strumento europeo sul salario minimo,
Lavoro Diritti Europa Numero 2/2021

[4] https://www.agi.it/economia/news/2022-06-04/dibattito-battaglia-salario-minimo-lavoratori-ue-16977179/
https://socialeurope.eu/why-eu-action-on-minimum-wages-is-so-controversial-yet-so-necessary
[5] https://welforum.it/la-direttiva-europea-sui-salari-minimi/
[6] https://www.europarl.europa.eu/news/en/press-room/20220909IPR40138/parliament-adopts-new-rules-on-adequate-minimum-wages-for-all-workers-in-the-eu

Focus on – Newsletter IRS n.39 – dicembre 2022

Welfare aziendale, cultural shift e strumenti a supporto

di Elena Ferrari e Flavia Pesce

Il 2021 e il 2020 sono stati anni difficili per le aziende italiane, investite da una crisi senza precedenti.
La reazione alla pandemia ha impresso un salto di qualità al welfare aziendale ampliando il numero delle imprese attive, arricchendo il range delle iniziative adottate e, soprattutto, generando una nuova consapevolezza del ruolo sociale delle imprese.
Per capire quanto il benessere dei dipendenti stia diventando il centro di molte policy aziendali, basta soffermarsi su quanto emerso dal rapporto Welfare Index PMI 2021.
Nell’arco di 6 anni, le imprese con un livello di welfare elevato sono passate dal 9,7% al 21%. E la percentuale più significativa riguarda proprio le misure attuate per affrontare la pandemia.
Negli ultimi 2 anni, il 42,7% delle aziende che hanno attuato iniziative di welfare aziendale, le hanno rese strutturali e permanenti. Quindi, il cambiamento è di visione globale: le imprese agiscono come soggetto sociale, non più solo come soggetto economico, sfruttando il welfare d’impresa come leva di crescita e connessione tra ambito lavorativo e comunità. I dati del Welfare Index PMI 2021 ci dicono che le imprese attive nel welfare aziendale hanno:
– promosso l’assunzione di donne (salita al 42%);
– integrato nuovi giovani lavoratori (51,2%);
– avviato iniziative che riguardano la salute dei dipendenti e delle loro famiglie (22%);
– avviato programmi a sostegno della comunità (56%).
Il welfare aziendale ha sempre svolto la funzione di acceleratore nelle situazioni di crisi, sia per le imprese che per i loro dipendenti. Anche dopo il COVID-19 il suo obiettivo deve restare lo stesso, ma in un nuovo scenario, con dinamiche che richiedono un approccio diverso. La pandemia da Covid-19 ha sicuramente rivoluzionato il mondo del lavoro, ma soprattutto ha reso evidente alle aziende che è impossibile fare profitto a lungo termine senza tutelare la salute e il benessere dei propri dipendenti.
Tra le dirette conseguenze della pandemia vi è, infatti, stata una decisiva spinta a un importantissimo cambio culturale, che vede nei beni e servizi di welfare aziendale non più un plus, ma un fondamentale requisito per una vita lavorativa flessibile, sostenibile e produttiva. Questo cammino è sicuramente importante, ma deve essere seguito da strumenti che incidano su fattori culturali e educativi, in un cambiamento che faccia dell’utilizzo delle risorse e della diversità un cammino progressivo volto al raggiungimento dell’eccellenza per le organizzazioni aziendali.
In questo senso uno strumento utile, se utilizzato in un’ottica di reale apprendimento e non solo come uno strumento formale, potrà essere il sistema di certificazione della parità di genere istituito con la legge n. 162/2021. Tale certificazione, potrà essere rilasciata, a decorrere dal 1° luglio 2022, a tutte le aziende che dimostreranno l’effettività e l’efficacia delle proprie politiche in tema di parità di genere tra uomo e donna, secondo le procedure previste dall’UNI/PdR 125:2022, incorporando un nuovo paradigma culturale in cui il welfare aziendale rappresenta uno strumento di sicuro interesse.
In questo contesto, il rafforzamento del coinvolgimento del mondo delle imprese nel cambiamento sia operativo che culturale si pone come fattore dirimente in un proficuo rapporto e confronto pubblico-privato in cui le imprese possano esprimere la loro funzione sociale come coprotagoniste nell’obiettivo di conciliazione dei tempi di cura della famiglia e dei tempi di lavoro, quale contributo fondamentale per lo sviluppo equilibrato e sostenibile del Paese.
In questa direzione è andato il progetto ReFlex – “Reconciliation and Flexibility: reconciling new work and care needs”, ideato e coordinato dal Dipartimento per le Politiche della Famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri e sviluppato in collaborazione con IRS e con l’Università degli Studi Roma Tre, che ha perseguito l’obiettivo di ridurre il divario di genere attraverso la realizzazione di interventi che contribuiscano ad una migliore armonizzazione della vita lavorativa e la vita personale di donne e uomini, favorendo una partecipazione più equilibrata agli impegni di cura familiare e un supporto più efficace alla genitorialità. Tra i macro-temi emersi nel corso del proficuo scambio con le imprese che hanno contribuito allo sviluppo del progetto ReFlex, di particolare rilievo è risultato essere proprio quello legato alla sempre più massiccia diffusione di una cultura del welfare aziendale che si basi sulla convinzione che il welfare aziendale sia per tutti e tutte, non una tutela a disposizione di soggetti o categorie fragili, ma uno strumento fondamentale attraverso cui gli attori privati partecipano al benessere collettivo: delle singole persone, di una determinata comunità, del territorio.

Focus on – Newsletter IRS n.38 – giugno 2022