Quali attenzioni per lo sviluppo di un modello di Pronto Intervento Sociale?

di Francesco Di Ciò

Assistiamo in questi ultimi anni a un crescente interesse per il servizio di Pronto Intervento Sociale. Come evidenziato in un nostro recente numero di Prospettive Sociali e Sanitarie, infatti, le disposizioni introdotte dalle linee guida emesse per il Piano per gli interventi e i servizi sociali di contrasto alla povertà (2021–2023) e le risorse finanziarie specifiche destinate con il PNRR (circa 22,5 milioni annui), hanno generato numerosi percorsi di progettazione e co-progettazione volti al potenziamento o alla nascita di questo “nuovo” LEPS.

Questo rinato interesse da parte dei territori ha evidenziato alcune questioni da mettere a fuoco, sia per vedere compiuta la definizione di un modello di Pronto intervento Sociale nazionale, sia per individuare requisiti standard a cui tendere nel breve e nel lungo periodo. In questo quadro, IRS ha intrapreso alcuni percorsi di ricerca e di co-progettazione che hanno permesso di esplorare lo stato attuale dello sviluppo del PIS nel contesto nazionale, approfondendo in particolare alcune realtà locali; questi percorsi ci permettono di affermare che affrontare la progettazione o la co-progettazione del PIS si configura oggi come un’operazione di notevole complessità, che pone i territori e i servizi di fronte ad alcune questioni rilevanti non sempre risolte e non sempre in modo omogeneo.

Una prima questione riguarda ad esempio la definizione di emergenza sociale: spesso gli enti che si trovano a dare forma per la prima volta al servizio di Pronto Intervento Sociale si trovano nella difficoltà di declinare nella pratica il concetto di emergenza sociale, a partire da quanto riportato nella scheda tecnica 3.7.1. del Piano, dove però il significato di emergenza e di urgenza viene pensato in modo intercambiabile, o talvolta sequenziale, e soprattutto in modo diverso a seconda del target a cui è riferito. A titolo esemplificativo, chi si occupa di minori stranieri non accompagnati riconduce la definizione di emergenza o di urgenza alle caratteristiche del suo target, caratteristiche diverse da quelle che può riscontrare chi invece si occupa, ad esempio, di anziani cronici.

Una seconda questione riguarda invece l’organizzazione del servizio, che impone agli enti una riflessione anche sull’organizzazione “interna” dello stesso servizio sociale territoriale: i servizi possono decidere se implementare un PIS 24 ore su 24 per 365 giorni l’anno, oppure se optare per un servizio notturno e festivo che risponda solo al di fuori degli orari dei servizi già esistenti. Questa decisione implica diversi investimenti e scelte organizzative significative, e richiede un ripensamento del sistema nel suo complesso, ponendo in primo piano la necessità di garantire un’assistenza continua e tempestiva per coloro che ne necessitano.

Una terza questione, trattata in modo diverso a seconda dei contesti territoriali da noi osservati, riguarda il target del PIS: sebbene le linee guida identifichino come target tutti coloro che (minori, vittime di violenza, vittime di tratta, persone non autosufficienti, adulti in difficoltà, ecc.) versano in situazioni di gravità, riconducendo lo stesso a una comunanza data dal trovarsi in situazioni di emergenza con grado di bisogno indifferibile, nella realtà dei processi programmatori ai quali abbiamo partecipato, la definizione dei target a cui il servizio deve rivolgersi è connessa inevitabilmente, nei diversi territori, alle caratteristiche dei bisogni territoriali e agli investimenti precedentemente fatti su risorse dedicate all’emergenza. Questa questione appare comprensibile, dal momento che alcuni territori si sono negli anni già attrezzati per dare risposte in emergenza a determinati target di utenza, ma al contempo rischia di mettere in crisi l’idea di un Pronto Intervento Sociale quale LEPS omogeneo su tutto il territorio nazionale.

Citando Andrea Mirri, dal sopraccitato fascicolo di PSS, un’ultima questione più “culturale” che attraversa spesso il dibattito nella progettazione di un Pronto Intervento Sociale, riguarda quell’atteggiamento “difensivo” e in parte contraddittorio del servizio sociale che, da un lato, sembra preoccupato di vedersi scaricare emergenze “di altri servizi” (dunque limitando il numero e le tipologie di servizi invianti) e dall’altra si dimostra invece spesso preoccupato di affidare a un servizio specialistico le “proprie” delicate emergenze.

Le questioni sopra citate, dunque, per evidenziare in questo contesto alcuni rischi e di conseguenza alcune attenzioni che i territori possono considerare nello sviluppo e nell’implementazione di questo nuovo servizio: oggi occorre innanzitutto essere consapevoli del rischio di sviluppare, sotto il “cappello” PIS, progetti che non rispettano appieno le indicazioni del legislatore: il PIS deve rimanere, nel rispetto delle indicazioni ministeriali, un servizio specifico, dedicato, complesso e per questo sostenuto da una struttura organizzativa efficace e da professionalità adeguatamente formate e sicuramente, se consideriamo le oggettive differenze tra un territorio e l’altro, non può che essere implementato in forma “sartoriale” per soddisfare i bisogni specifici del territorio al quale si rivolge. Tuttavia, nella prospettiva di giungere nel corso dei prossimi anni a una più precisa modellizzazione di questo servizio, non possiamo che procedere a piccoli passi, creare occasioni di confronto tra le diverse esperienze e utilizzare le pratiche del monitoraggio e della valutazione per dare valore a quanto si sta facendo, con una forte attenzione alle dimensioni di efficacia e di efficienza del servizio.

Focus on – Newsletter IRS n.43 – aprile 2024